Sezione dedicata ad argomenti extracalcistici. Area OFF-Topics Attenzione: quì non si parla di politica!
sab feb 09, 2008 2:00 am
dove sarai... sarò ha scritto:devo solo scaricarli ora ke salgo su a torino..fastweb docet
Reo confesso!
ven feb 15, 2008 5:39 pm
Daniel Plainview è un cercatore d'argento che, alla fine dell'800 trova il petrolio nell'Ovest degli Stati Uniti. La sua ricchezza diventa considerevole grazie anche allo sfruttamento della presenza dell'unico figlio che lo aiuta a convincere i contadini a cedergli i terreni. Troverà però sulla sua strada un giovane predicatore che prima lo aiuterà e poi, temendo un troppo veloce arrivo della modernità, manipolerà contro di lui la comunità. Le sorti personali, anche se non quelle economiche, di Plainview subiranno un duro colpo quando il figlio, a causa di un incidente presso un pozzo petrolifero, diviene sordo. L'uomo, sempre più accecato da una misantropia assoluta, lo allontanerà da sé precipitando sempre piu' nell'avidità del possesso. Paul Thomas Anderson si ispira per questo film alle prime 150 pagine del romanzo "Oil!" di Upton Sinclair il quale tratteggiava la biografia a tinte forti del magnate Edward L. Doheny (1856-1935). Il regista che ci ha regalato un film come Magnolia non mentisce le proprie doti di narratore possente sostenuto da un cast all'altezza che vede in pole position la prestazione di Daniel Day Lewis.
Il petroliere è un film fatto di bitume, di corpi che diventano tutt'uno con la terra e l'oro nero che la intride. Corpi pronti ad essere spezzati e anche dilaniati nella ricerca di un possesso avido quanto amorale. I primi venti minuti di proiezione, privi di parole, lasciano un'impressione profonda sullo spettatore quasi volessero offrire una lettura 'fisica' sulle origini di una specie ben definiti di capitalismo, quella che crea profitti enormi grazie allo sfruttamento delle viscere della Terra. È in questo grembo (in un film in cui non c'è alcuna protagonista femminile) che Daniel penetra per sottrargli prima l'argento e poi il petrolio. Ma non è questo l'unico sfruttamento. Ce n'è anche uno pulito che non si avvale di muscoli e ossa ma di parole: quello del giovane predicatore che riesce ad abbindolare i suoi fedeli facendo leva sulla loro ignoranza. Se nero è il liquido che sgorga dalla terra altrettanto nera è la divisa di questo falso servitore di Dio.
La denuncia è tanto pesante quanto carica di toni che, come la preziosa colonna sonora che assurge al ruolo di coprotagonista, vanno dall'esasperato al tenue. Non è un film pacificatore quello del regista che ha assistito sul suo ultimo set (quello di Radio America) il grande Bob Altman. Ci sarà chi lo troverà troppo spettacolare per considerarlo d'essai e chi invece lo riterrà troppo duro per avere successo commerciale. Chi scrive ritiene che si tratti di un film spettacolare per cinefili. Sembra un ossimoro ma è così.
ven feb 15, 2008 5:40 pm
Sasha è nato sotto una cattiva stella. I genitori tossici lo hanno isolato crescendolo in una comunità di recupero e, alla loro morte, lo hanno lasciato in un limbo di dolore. Costretto ad abbandonare il centro dopo la dipartita del direttore - l'unica persona nella quale riponeva la sua fiducia - Sasha fatica a trovare il suo posto nel mondo.
Non deve essere facile chiamarsi Muccino, né scegliere di sedersi dietro la macchina da presa per seguire le orme del più celebre fratello maggiore. Silvio affronta la sua prima volta da regista adattando il romanzo scritto a due mani insieme a Carla Vangelista - un successo letterario con le sue 300mila copie vendute - destinato al grande schermo sin dalla gestazione. Per ottenere credibilità si circonda di professionisti capaci (Arnaldo Catinari, Tonino Zera, Patrizio Marone, Maurizio Millenotti) ai quali sussurra tutte le suggestioni del cinema alto (così alto da essere irraggiungibile) per rimpolpare la sua opera prima di sequenze e location fissate nell'immaginario collettivo.
Parlami d'amore è un'accozzaglia di citazioni, un presuntuoso esercizio di stile - di un cinefilo che ha la fortuna, al contrario del suo personaggio, di essere nato sotto una buona stella - che manca di personalità e di punti di riferimento con il reale (e il sociale). Non è chiaro come questo film sia riuscito a ottenere un riconoscimento "di interesse culturale". Non è sufficiente parlare di dipendenza (dalle droghe, dall'alcol, dal gioco), di comunità di recupero e di giovani allo sbando se l'argomento viene affrontato con qualunquismo. Silvio punta sul dolore per provocare emozioni, ma per poter parlare di dolore e abbandono bisogna conoscere a fondo la materia o per lo meno saperla trattare con empatia. I personaggi, tutti maledettamente tormentati, che si muovono nella dimensione dark di una Roma notturna in sfacelo, sono stereotipati e per questo inverosimili.
Come inverosimili e alquanto irritanti appaiono i dialoghi tra i giovani borghesi spudorati (che aspirano a diventare i nuovi Dreamers di Bertolucci) e il ragazzo interrotto di Silvio Muccino. Ma ciò che irrita maggiormente è il modo in cui il Silvio regista e sceneggiatore sfrutta la sofferenza e il tema della dipendenza come mero pretesto per parlare d'amore.
ven feb 15, 2008 5:42 pm
Jean-Dominique Bauby si risveglia dopo un lungo coma in un letto d'ospedale. È il caporedattore di 'Elle' e ha accusato un malore mentre era in auto con uno dei figli. Jean-Do scopre ora un'atroce verità: il suo cervello non ha più alcun collegamento con il sistema nervoso centrale. Il giornalista è totalmente paralizzato e ha perso l'uso della parola oltre a quello dell'occhio destro. Gli resta solo il sinistro per poter lentamente riprendere contatto con il mondo. Dinanzi a domande precise (ivi compresa la scelta delle lettere dell'alfabeto ordinate secondo un'apposita sequenza) potrà dire "sì" battendo una volta le ciglia oppure "no" battendole due volte. Con questo metodo riuscirà a dettare un libro che uscirà in Francia nel 1997 con il titolo che ora ha il film.
Julian Schnabel ha assunto sulle sue spalle un incarico gravoso perché è vero che i film che portano sullo schermo le vicende di portatori di gravi handicap (soprattutto se ispirate a storie realmente accadute) commuovono facilmente la grande platea. È però anche vero che, con una tematica in parte vicina a questa abbiamo avuto nel 2004 Mare dentro di Alejandro Amenábar con l'interpretazione da premio di Javier Bardem e la fatica di Mathieu Amalric poteva risultare improba. Sia l'attore che il regista conseguono il grande risultato di offrirci una prova di grande umanità nel contesto di un film di elevato livello artistico.
L'occhio del protagonista diventa la soglia che permette al pesante e inerte scafandro del suo corpo di liberare (anche se faticosamente) la farfalla del pensiero. La voce interiore imprigionata di Jean-Do ci rivela al contempo l'orrore della condizione e l'indomabile spinta all'espressione di sé. Il giornalista pensa, desidera, soffre, grida dentro di sé. È un grido in cerca di una bocca che possa tradurlo in suoni e parole. Il battito delle ciglia (che ricorda non a caso il battito d'ali di una farfalla) si traduce in lettere e le lettere in parole. Schnabel e Amalric riescono a non fare retorica e al contempo a commuovere profondamente liberandosi dal falso pietismo che spesso accompagna queste storie 'vere'. Raggiungono il risultato grazie a un attento lavoro di flasback che si integra alla perfezione con la descrizione di un corpo che da apertura al mondo si è trasformato in sepolcro. Tutto ciò senza lanciare proclami né a difesa strenua della vita né a favore dell'eutanasia. Il che, di questi tempi, è già un merito di per sé.
ven feb 15, 2008 5:45 pm
Weekend del 08/02/2008
Caos calmo
Euro 1.517.000 1
Asterix alle Olimpiadi
Euro 1.282.000 2
Scusa ma ti chiamo amore
Euro 1.191.000 3
30 giorni di buio
Euro 906.000 4
Sogni e delitti
Euro 882.000 5
La guerra di Charlie Wilson
Euro 730.000 6
Into the Wild
Euro 562.000 7
American Gangster
Euro 561.000 8
Cloverfield
Euro 548.000 9
P.S. I Love You - Non è mai troppo tardi per dirlo
Euro 226.000 10
sab feb 23, 2008 12:14 am
ohn Rambo non è più tornato a casa. L'ex reduce del Vietnam vive al confine tra la Tailandia e la Birmania e risale il fiume Salween per cacciare serpenti velenosi. L'ozio catartico del guerriero è turbato da un gruppo di missionari laici, guidati dalla bionda e idealista Sarah Miller, che vorrebbe raggiungere e soccorrere alcuni villaggi birmani vessati da un sadico regime militare. La missione di pace verrà duramente interrotta dai soldati di Burma. Messo insieme un esercito di mercenari, Rambo e compagni si imbarcheranno in un'impresa (apparentemente) suicida.
"Non si può vivere tutta la vita sopra una sella, bisogna fermarsi da qualche parte…" e così anche John Rambo ha trovato un luogo fisico e una condizione dell'anima dove cominciare progressivamente a invecchiare. Ma poi Stallone lo ha stanato e lo ha motivato con nuovi sviluppi narrativi. Così Rambo è tornato, sempre più stanco, sempre più in crisi, sempre più incazzato. Con la chiamata alle armi ritorna pure l'incubo della rimozione esplicitata dall'attore-regista attraverso l'evidenza del flashback, che rinnova al giovane spettatore come al vecchio e nostalgico, le vite precedenti del reduce belligerante del cinema americano anni Ottanta.
Ri-vediamo il Rambo di Ted Kotcheff, veterano in cerca di un pacifico reinserimento, avversato ed emarginato dalla società, il reduce John del secondo episodio, disadattata macchina bellica che torna nuovamente utile al governo e all'esercito, e l'implacabile Rambo III di Peter MacDonald, in ritardo ideologico sugli avvenimenti della politica internazionale (la Perestojka), che convertiva in "amico" il nemico russo.
Il John Rambo ritrovato del titolo è una maschera (di dolorose metamorfosi) la cui referenza deve essere cercata all'interno del genere (quello dei "soldati in azione" dell'action movie degli anni Ottanta) e non rispetto alla società che la produce. L'eroe in action di Stallone, lanciato contro l'esercito militare birmano che da sessant'anni uccide, tortura, stupra, umilia e mutila la popolazione Karen, è fuori tempo massimo ma proprio per questo commovente, patetico e patibile: un corpo votato a tutte le esperienze del dolore e a ragione di questo capace di suscitare un sentimento di malinconica compassione. John Rambo è "il nostro che arriva" da un passato leggendario in un presente ordinario che non prevede la possibilità di esistenza dell'eroe. Soddisfatto il desiderio di catarsi dello spettatore con l'orribile punizione che occorrerà al perfido antagonista, Rambo lascia il passo alla modernizzazione incipiente, imboccando solitario la strada di casa, meta e figura fondamentale del cinema americano. Come Rocky, anche Rambo esce di scena recuperando (nel titolo) nome e identità.
sab feb 23, 2008 12:16 am
Benjamin Barker è un uomo realizzato e smisuratamente felice. È un barbiere eccellente, un padre affettuoso e un marito devoto. Accusato e condannato ingiustamente dal giudice Turpin, Barker viene deportato lontano da Londra. Diversi anni dopo, mutato il nome in Sweeney Todd, il barbiere torna a chiedere soddisfazione all'uomo che gli ha "usurpato" la vita, insediando il suo talamo e crescendo la sua prole. Affittata una bottega in Fleet Street, Sweeney Todd affila i rasoi e torna ad esercitare la professione del barbiere. Turpin e gli ignari avventori scopriranno che la vendetta per Mr.Todd è un piatto da servire caldo, cotto e sfornato.
All'origine di un film di Tim Burton c'è quasi sempre un disegno. Questo disegno è spesso la raffigurazione di un personaggio che è insieme creativo e distruttivo e che ha bisogno per agire di protesi meccaniche o di oggetti che alterano la sua capacità fisica. Se le mani di forbice di Edward sono l'esteriorizzazione simbolica della sua incapacità interiore di toccare, se gli occhiali di Ichabod esprimono il tentativo di un razionalista di 'vedere meglio' un avversario senza testa, i rasoi di Sweeney Todd sono "gadget da guerra" mutuati da Batman per vendicare la perdita delle persone amate. Come l'eroe pipistrello di Bob Kane, il barbiere gotico di un anonimo autore inglese (probabilmente più di uno) indossa una "maschera" e ha una personalità divisa, dissociazione risolta con l'espediente della duplice identità: Batman/Wayne, Todd/Barker. Diversamente dal mostruoso e incolore personaggio letterario, assassino senza ragione, il protagonista di Burton è prossimo al barbiere musicale di Stephen Sondheim. Sweeney Todd si muove alla volta di Londra introdotto, anticipato e avvolto dalla musica, da un'aria che disegna il paesaggio acustico della sua anima, desiderosa di esorcizzare la realtà tragica attraverso il canto.
Sweeney Todd è un musical ma non si esaurisce nel musical. La sua dimensione musicale non è sovrimposta forzatamente alla storia ma come nell'opera è costitutivamente innestata nel protagonista, dal quale si dipana una linea melodica struggente, un requiem che spaventa perché carico di sventure e presagi. Il diabolico barbiere di Fleet Street nasce dal buio melodrammatico di un ouverture e a quel buio ritorna, cercando, e finendo sempre per perderla, la conciliazione con il dolore. Il mostro consapevole della propria origine è interpretato dal pallore sagomato di Johnny Depp nel quale convivono, senza risolversi, l'anima diurna e quella notturna. Il suo Figaro sanguinario è una combinazione di oscurità e luce, un dandy malinconico e risentito che cerca ostinatamente di vendicarsi, finendo per trasformarsi in un'omicida psicopatico quanto il suo irriducibile nemico, senza il quale, del resto, non esisterebbe.
La Londra tenebrosa e vittoriana di Dante Ferretti è il riflesso architettonico del protagonista, è una città deliberatamente artificiale, ricostruita in studio e sprofondata nel nero fotografico di Dariusz Wolski. Se Batman è il guardiano dell'ordine civile, che veglia sulla sua città, Sweeney Todd è un disadattato che produce caos e violenza, spargendo sangue senza risparmio nella bottega di Fleet Street. In Sweeney Todd c'è tutto Burton: c'è la fatale attrazione verso quanto di più oscuro, malato e innominabile rende il mondo più affascinante di una fiaba. C'è la cartoonizzazione della messa in scena, la stilizzazione espressionistica e la deformazione grottesca, c'è lo stupore e l'insensatezza, il terrore e il cattivo odore della civiltà e del mondo degli adulti, ancora una volta contrapposto a quello dei fanciulli, c'è la vertigine e la violenta epifania. C'è la maschera di Johnny Depp, che invece di azzerare la performance dell'attore "messo in musica", libera il suo talento interpretativo: famelico, pericoloso e selvaggio. Un attore totale che non lascia mai nulla inespresso, anche se doloroso, anche se incolmabile.
sab feb 23, 2008 12:17 am
Llewelyn Moss trova, in una zona desertica, un camioncino circondato da cadaveri. Il carico è di eroina e in una valigetta ci sono due milioni di dollari. Che fare? Llewelyn è una persona onesta ma quel denaro lo tenta troppo. Decide di tenerselo dando il via a una reazione a catena che neppure il disilluso sceriffo Bell può riuscire ad arginare. Moss deve fuggire, in particolare, le 'attenzioni' di un sanguinario e misterioso inseguitore.
Ispirato al romanzo del Premio Pulitzer Cormac McCarthy il nuovo film dei Coen conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, la coerenza e l'originalità dei due fratelli divenuti ormai un marchio di fabbrica.
McCarthy è il riconosciuto interprete letterario dei mutamenti di un mondo (quello del West e della frontiera messicana) divenuto estremamente più violento di quanto non lo fosse nell'epoca che lo ha fatto divenire mito cinematografico. McCarthy non è però interessato a una cinica e compiaciuta presa d'atto di una realtà innegabile. Neppure i Coen lo sono. Qui si trova il punto di contatto tra le due letture di un'umanità che cambia. La chiave di volta sta proprio in questa parola: umanità. Perché i due registi ci offrono una sceneggiatura decisamente più eccessiva di quella, già considerata molto violenta, di un film come Fargo.
Le uccisioni abbondano in Non è un paese per vecchi ma si inseriscono in una narrazione che fa dell'iperbole la propria cifra stilistica. A differenza di Tarantino però i Coen non si fermano alla coreografia raffinata della violenza. Non si accontentano di ironizzare. Non gli basta mostrare quanto sono bravi a suscitare il riso dinanzi a un uomo che muore. Non è questo il loro scopo. Ciò che per loro conta è riuscire a mettere in rilievo anche solo una scintilla di umanità in un mondo che sembra governato dalla follia. Riescono a farlo grazie al personaggio dello sceriffo interpretato da un Tommy Lee Jones che, non a caso, è uno dei protagonisti di questo film dopo aver diretto e interpretato Le tre sepolture ambientato anch'esso al confine con il Messico. Osservate la scena finale e vi accorgerete di come i Coen riescano ancora, nonostante le apparenze, a fare un cinema di qualità, spettacolare ma al contempo profondamente 'diverso' e morale.
sab feb 23, 2008 12:19 am
Da quando l'animazione in computer grafica ha abbattuto i costi di lavorazione dei cartoni questi sono fioriti e nella moltitudine una gran parte, anche tra quelli prodotti da grossi studi, non brillano certo per senso del cinema, presentandosi per lo più come sketch comici. Fa allora piacere vedere come la creatività in materia non si limiti unicamente alla Pixar e anzi riesca a coinvolgere anche i prodotti che hanno una finalità non solo artistica.
Nonostante sia un corto pubblicitario, dotato quindi di una ben precisa finalità, Happiness Factory riesce ad essere un bellissimo esempio di distribuzione di contenuti attraverso la rete (breve, incisivo e virale) e di microcinema. Lo si vede da tante cose: dalla cura con cui è realizzata l'animazione di prim'ordine, dall'ispirazione a metà tra l'universo immaginifico europeo (tra cui anche un po' di steampunk), le dinamiche fracassone dell'animazione classica statunitense e l'animismo giapponese in stile Miyazaki, dalla cura dei dettagli nel costruire procedure e catene di montaggio inesistenti e dalle precisissime scelte di regia.
La durata molto condensata non è un problema se si sa come affrontarla e la messa in scena di Al Moseley, John Norman, Hunter Hindman sfrutta tantissimi trucchi di cinema per mantenere viva l'attenzione. A partire dalla contrapposizione mondo reale/mondo fantastico, il primo ripreso con profondità di campo e macchina da presa statica e il secondo inquadrato sempre in movimento (alle volte anche impercettibile) seguendo poi con una capacità rara di comunicare stati d'animo, intenzioni e obiettivi a partire da piccoli particolari che molti registi desidererebbero avere.
Non si può forse parlare di cinema al 100%, poichè troppe sono le concessioni al mondo della televisione e l'obiettivo finale (la promozione) è sempre molto forte, tuttavia le idee attraverso le quali sono promossi i valori del brand Coca-Cola (splendida l'inquadratura finale in sala con il marchio che si scorge eppure è evidente) stupiscono di continuo. E la trovata molto intelligente di rendere una componente molto nota ma sempre taciuta della bevanda (la sua propensione a creare aria nella pancia) un punto di forza, anzi un'umoristica pietra angolare del suo status, sono la dimostrazione che tutto si può mostrare e che la pubblicità, nei suoi migliori exploit, può essere una forma d'espressione validissima, capace di comunicare a diversi livelli di profondità e complessità.
sab feb 23, 2008 12:24 am
Weekend del 15/02/2008
Parlami d'amore
Euro 2.673.000 1
Caos calmo
Euro 1.126.000 2
Asterix alle Olimpiadi
Euro 924.000 3
30 giorni di buio
Euro 647.000 4
La guerra di Charlie Wilson
Euro 580.000 5
Scusa ma ti chiamo amore
Euro 501.000 6
Into the Wild
Euro 457.000 7
Sogni e delitti
Euro 436.000 8
Il petroliere
Euro 361.000 9
American Gangster
Euro 310.000 10
mer mar 05, 2008 1:41 pm

in uscita il 07.marzo.2008 nei migliori Cinema
Grande, grosso e VerdoneTitolo originale: Grande, grosso e Verdone
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: Commedia
Durata: 131'
Regia: Carlo Verdone
Sito ufficiale:
http://www.grandegrossoeverdone.it Cast: Carlo Verdone, Claudia Gerini, Geppi Cucciari, Eva Riccobono, Emanuele Propizio, Andrea Miglio Risi, Martina Pinto, Clizia Fornasier, Vincenzo Fiorillo, Alessandro Di Fede, Stefano Natale, Anna Maria Torniai, Roberto Farnesi, Marco Minetti
Produzione: Filmauro S.r.l.
Distribuzione: Filmauro
Data di uscita: 07 Marzo 2008
Trama:
Carlo Verdone torna sul grande schermo riproponendo alcuni dei personaggi divenuti celebri nei suoi primi film. Si tratta di tre storie parallele. Nella prima, Leo e la sua famiglia si svegliano di buon'ora per partecipare ad un raduno di boy scout, ma i loro progetti vengono interrotti dall'improvvisa morte dell'anziana madre di lui che vive con loro. Leo e la moglie dovranno occuparsi del funerale ma, per via dell'impresario delle pompe funebri, una triste formalità si trasformerà in un incubo infernale. Nella seconda storia Callisto Cagnato, temuto professore universitario, dal carattere burbero e severo, é preoccupato dal fatto che il figlio ventenne, Severiano, non riesce ad intrattenere molti rapporti con l'esterno, soprattutto con le ragazze. Decide così di fargli conoscere una sua studentessa, ed in effetti, fra i due ragazzi scocca la scintilla. L'epilogo della storia però é tutt'altro che prevedibile. La terza ed ultima storia, vede una coppia benestante e cafona, Moreno Vecchiarutti e sua moglie Enza, recarsi con il figlio in vacanza a Taormina, sotto consiglio del loro terapista, per affrontare quel classico momento di stanchezza e di mancanza di desiderio che prima o poi si presenta in ogni rapporto... ma la vacanza anziché riavvicinare marito e moglie, sembra in un primo momento allontanarli ulteriormente...
mer mar 05, 2008 6:37 pm
cavolo devo aggiornarlo
mer mar 05, 2008 9:15 pm
Family gameTitolo originale: Family game
Nazione: Italia
Anno: 2007
Genere: Drammatico
Durata: 94'
Regia: Alfredo Arciero
Cast: Sandra Ceccarelli, Stefano Dionisi, Fabio Troiano, Elena Bouryka, Mattia Cicinelli, Eros Pagni, Ugo Pagliai, Manuela Spartà
Produzione: Videodrone Visual Productions, RAI Cinema, Iron Production Srl, I.D.F. Italian Dream Factory Srl
Distribuzione: Revolver
Data di uscita: 07 Marzo 2008 Trama:
Vittorio, un ragazzo sulla quarantina sta ottenendo tutto ciò che desidera dalla propria vita, un lavoro che lo gratifica, é un assistente chirurgo presso una clinica privata, una splendida famiglia, una casa che adora. Purtroppo dietro l'angolo e dietro la facciata della sua vita perfetta, qualcosa inizia a non andare per il verso giusto. Martina, la figlia quindicenne, ha seri problemi a scuola con dei ragazzi che la prendono in giro per via di una forte amicizia con una sua compagna di classe. Matteo, 11 anni, passa ore di fronte al computer, trovando in un videogioco che simula la famiglia virtuale, un succedaneo alla propria. Quando a causa di una vacanza degli anziani genitori, Andrea, il fratello minore di Vittorio, appena uscito da un centro di recupero per ex tossicodipendenti, si trasferisce a casa sua, la situazione si complica ulteriormente. Anche se la carriera di Vittorio va a gonfie vele, il rapporto con il fratello non decolla, non riescono ad entrare in contatto, per via di caratteri che sono uno l'opposto dell'altro. Nessuno dei due é disposto a rinunciare ai pregiudizi sull'altro.
mer mar 05, 2008 9:24 pm
Biùtiful cauntriTitolo originale: Biùtiful cauntri
Nazione: Italia
Anno: 2007
Genere: Documentario
Durata: 73'
Regia: Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio, Peppe Ruggiero
Cast:
Produzione: LUMIERE & CO.
Distribuzione: LUMIERE & CO.
Data di uscita: 07 Marzo 2008Trama:
Proprio mentre dilaga lo scandalo dello smaltimento dei rifiuti, esce nelle sale questo documentario che cerca di dare una visione del problema, rimarcando l'assoluta colpevolezza delle istituzioni e la vergognosa libertà nella quale riescono a muoversi le organizzazioni malavitose che gestiscono il ricco business della spazzatura. E mentre le persone si ammalano, gli autori della pellicola si domandano come sia possibile che in Italia, oggi, possano ancora succedere cose del genere...dedicato a ki so io
gio mar 06, 2008 9:55 am
Mentre voi dormite: questo il nome del programma televisivo condotto da Angela. Una notte nella vita di una caserma dei vigili del fuoco di Barcellona, seguita in diretta dalla ragazza e dal suo cameraman Pablo. E proprio la macchina da presa del ragazzo diventa l'occhio dei due registi del film, Jaume Balagueró e Paco Plaza, finendo così per far coincidere il girato di «Mentre voi dormite» con il film stesso.
Una trovata non troppo originale (vedi The Blair Witch Project!) ma che calza alla perfezione a un film angosciante e vouyeristico come Rec: l'uscita dalla caserma per rispondere a quella che sembrava una chiamata di routine si trasforma infatti per la troupe televisiva e per i pompieri in un vero inferno senza vie di fuga.
Un inferno che anche lo spettatore finisce per vivere sulla propria pelle, intrappolato nella palazzina insieme ai personaggi, sotto l'occhio perennemente vigile della macchina da presa di Pablo, che è poi l'occhio dell'autore – o meglio, degli autori. L'occhio cinematografico, così spietato e inopportuno di fronte alla tragedia umana, diventa così anche l'unico testimone del teatro degli orrori che mettono in atto i vari personaggi – tutti ben caratterizzati e non privi di una certa dose di ironia, dalla mamma isterica e apprensiva, all'immancabile (per il genere horror) bambina dolcemente terrificante, fino al cameraman Pablo, credibile anche se inquadrato solo dalle caviglie in giù!
Il giovane spagnolo Balagueró, affermatosi con Nameless ma poi soprattutto con Darkness, torna a girare un horror genuino, fresco e per fortuna tutto spagnolo (anche nel cast, dopo il pessimo esperimento americano di Fragile!), ai livelli dell'altrettanto personale progetto "minore" di Para entrar a vivir, presentato a Venezia 2006, che fa parte della serie Peliculas para non dormir.
Unendo le sue forze con il giovane connazionale Paco Plaza (Second Name) e giocando la carta della semplicità, è riuscito con successo in questo non facile esperimento di rinnovamento di un genere ormai inflazionato, creando un concentrato di terrore che non deluderà gli appassionati e farà saltare sulla sedia anche i più scettici.
Ultima modifica di
dove sarai... sarò il gio mar 06, 2008 10:07 am, modificato 1 volta in totale.
gio mar 06, 2008 10:00 am
Teheran, 1978: Marjane, otto anni, sogna di essere un profeta che salverà il mondo. Educata da genitori molto moderni e particolarmente legata a sua nonna, segue con trepidazione gli avvenimenti che porteranno alla Rivoluzione e provocheranno la caduta dello Scià.
Con l'instaurazione della Repubblica islamica inizia il periodo dei "pasdaran" che controllano i comportamenti e i costumi dei cittadini. Marjane, che deve portare il velo, diventa rivoluzionaria.
La guerra contro l'Iraq provoca bombardamenti, privazioni e la sparizione di parenti. La repressione interna diventa ogni giorno più dura e i genitori di Marjane decidono di mandarla a studiare in Austria per proteggerla.
A Vienna, Marjane vive a 14 anni la sua seconda "rivoluzione": l'adolescenza, la libertà, l'amore ma anche l'esilio, la solitudine, la diversità.
Sono rari i film di animazione in grado di far percepire al pubblico le difficoltà dell'esistenza di chi li ha ideati. Spesso impegno in difesa dei diritti e qualità grafica non convivono. In questo caso il connubio è perfettamente riuscito. Marjane Satrapi è riuscita a trasformare i quattro volumi di fumetti in cui raccontava, con dolore e ironia, la propria crescita come donna in un Iran in repentina trasformazione e in un'Europa incapace di accogliere veramente il diverso, in un lungometraggio di animazione di qualità. Ha anche un altro merito che le va attribuito: è riuscita a sfuggire alle sirene hollywoodiane che la volevano sedurre con la proposta di film in cui Jennifer Lopez sarebbe divenuta sua madre e Brad Pitt suo padre. Ha tenuto duro e ne è nata un'opera in bianco e nero (con lampi di colore) capace di raccontare un'infanzia e un'adolescenza al femminile comune e differente al contempo. Comune perchè tante giovani donne si potranno ritrovare nel suo percorso di crescita. Differente perchè la donna in Iran è (per chi ha dettato e detta le leggi) meno donna. Per una volta ci venga concessa una citazione diretta: vedere questa giovane regista non riuscire più a trattenere le lacrime nel corso di una standing ovation durata 15 minuti a Cannes dava la misura della difficoltà di una vita ma anche della necessità di non dimenticare lo springsteeniano "No retreat no surrender".
gio mar 06, 2008 10:03 am
David scopre a 17 anni di avere il dono del teletrasporto. Può materializzarsi in qualsiasi parte del mondo guardando una semplice immagine. Ma non è il solo, i Jumpers esistono da secoli e vivono una lotta costante contro i Paladini, una setta che vuole sterminarli. Come in Star Wars III, Christensen interpreta un uomo che sceglie l’uso amorale delle sue doti. David è un antieroe che sfrutta il misterioso potere per rubare nelle banche e viaggiare. Tratto da un romanzo di Steven Gould, inedito in Italia, Jumper mette in scena una trama superficiale per mostrare salti spaziali verso una serie di location da cartolina. Si balza dalla Sfinge, al Big Bang, a Tokyo, in maniera nervosa e piuttosto confusa. E di queste location la pellicola non mostra più di quanto si veda in una bella foto turistica, dando l’impressione di sfondi vacui e inutili alla narrazione. Dedicata a Roma, e, per non rischiare di uscire dalla banalità, al Colosseo, una lunga sequenza del film, l’unica posata e seguibile peraltro, dove David si lascia arrestare dai poliziotti italiani, restando ore in attesa di un magistrato. Al di là dell’idea di partenza, e della difficoltà a lasciarsi coinvolgere con un antieroe volutamente antipatico, Jumper mostra il carattere molto attuale della frenesia visiva a discapito del contenuto. Alla costruzione dei personaggi e delle situazioni, si preferisce spesso l’accumulo spropositato di luoghi spettacolari, ostentati in oggettive irreali con l’aiuto della computer graphic. Doug Liman, regista di The Bourne Identity e Mr. & Mrs Smith, non approfondisce, come ci si attenderebbe, il rapporto degli attori nello spazio. Impaziente e incapace di valorizzare i luoghi, introduce i viaggi da visioni aeree roteanti e pompose, certamente belle sul grande schermo ma incapaci di fissarsi nella memoria per la loro vacuità narrativa. Al caos visivo si aggiunge il pasticciato plot, che pur essendo privo di sorprese, è raccontato con buchi e sequenze apparentemente insensate. Una nota positiva va alla striminzita durata, che evita l’inutile polpettone ma accentua la sensazione di aver visto il trailer di Jumper 2.
gio mar 06, 2008 10:03 am
L'unica anarchia possibile è quella del potere, tuonava al secolo un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, affermazione appropriata e puntuale per descrivere i nostri tempi e il film di Gavin Hood, premio Oscar come miglior film straniero con Tsotsi. Rendition, letteralmente "consegna" rende pubblica un'aberrante e poco conosciuta consuetudine che il governo degli Stati Uniti adotta nei confronti dei cittadini sospettati di terrorismo. La consegna straordinaria, infatti, è quella che vede coinvolto nel film Anwar El – Ibraimi (Omar Metwally), cittadino egiziano da anni residente in America e occupato nel settore dell'ingegneria chimica, precipitosamente arrestato dopo il ritorno da un viaggio di affari e trasferito in gran segreto in una località islamica per essere torturato e ridotto a condizioni disumane. Ad assistere al macabro spettacolo è chiamato Douglas Freeman (Jake Gyllenhall), agente della Cia addetto al reperimento delle informazioni durante gli interrogatori. Capo d'accusa: relazioni con frange del fondamentalismo radicale.
Incipit kafkiano per un thriller classico e pieno di suspence, che assottiglia una volta ancora il limite fra documentario e finzione, lanciando un appello ai diritti umani che è insieme monito e condanna. Con un punto di vista piuttosto imparziale, Hood restituisce bene l'atmosfera presente nella polveriera orientale, montando il "girato" di due continenti e intrecciando le ragioni degli uni e degli altri, senza sbilanciarsi, né prendere parte. Attacchi terroristici, intrecci amorosi, congiure internazionali e veti politici, il tutto per una spy story che strapperebbe anche qualche applauso, se non nascondesse al suo interno peccaminose analogie con la realtà, piuttosto cruda, che si è palesata al mondo intero dopo l'undici settembre. Dal punto di vista narrativo tutto fila liscio, se si trascura qualche piccolo particolare che lascia qualche vuoto in sceneggiatura, riempito però dalla potenza evocativa delle immagini. Necessario e incredulo al punto giusto, lascia riflettere sul caos anarchico che gestisce il nostro tempo. Da vedere.
gio mar 06, 2008 10:07 am
Weekend del 29/02/2008
Non è un paese per vecchi
Euro 1.232.000 1
Jumper
Euro 1.137.000 2
Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Stree
Euro 769.000 3
John Rambo
Euro 711.000 4
Parlami d'amore
Euro 559.000 5
Rec
Euro 436.000 6
Prospettive di un delitto
Euro 409.000 7
Il mattino ha l'oro in bocca
Euro 365.000 8
Caos calmo
Euro 229.000 9
Persepolis
Euro 202.000 10
mer mar 12, 2008 1:30 pm
Onora il padre e la madre
Titolo originale: Before the devil knows you're dead
Nazione: U.S.A.
Anno: 2007
Genere: Crimine, Drammatico, Thriller
Durata: 120'
Regia: Sidney Lumet
Sito ufficiale:
http://www.7h58cesamedila-lefilm.comCast: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei, Amy Ryan, Rosemary Harris, Alex Emanuel, Jack Fitz, Guy A. Fortt, Edwin Freeman, Natalie Gold, Sakina Jaffrey, Sarah Livingston
Produzione: Linsefilm, Unity Productions
Distribuzione: Medusa
Data di uscita:
14 Marzo 2008 Trama:
Charles e Nanette Hanson hanno cresciuto i loro figli come si deve. Andy, il maggiore è innamorato della bella moglie Gina, e guadagna un superstipendio come dirigente di una grande azienda. Hank, il più giovane, adora la figlia e sta cercando la maniera per poterla iscrivere ad un'esclusiva scuola privata. Ma Andy riesce a mantenere uno stile di vita stravagante e il dispendioso vizio della droga solo attingendo alle casse della sua società e pur amando la moglie, il suo matrimonio vacilla. La società nella quale lavora sta per essere oggetto di un'accurata revisione contabile da parte di un revisore esterno e lui è il responsabile del settore finanziario. La sua vita sta per andare in fumo e lui è disperato. Anche Hank ha i suoi piccoli problemi finanziari. E' in ritardo con il pagamento degli alimenti, beve troppo e ha una relazione... con la moglie del fratello. Andy escogita un piano che dovrebbe risolvere tutti i loro problemi, se non altro quelli economici. Hank rapinerà la gioielleria dei genitori la mattina presto quando in negozio c'è solo la commessa addetta all'apertura. I genitori intascheranno i soldi dell'assicurazione, loro venderanno i gioielli rubati e alla fine saranno tutti felici e contenti. Spaventato all'idea di commettere il furto da solo, Hank ingaggia un ladro punk, Bobby, un tizio che vede spesso al pub, il quale sarà l'autore materiale della rapina mentre lui farà il palo in auto. Purtroppo, durante la rapina qualcosa va storto e Bobby tira fuori la pistola ma quella che si trova davanti non è la commessa... ma Nanette, l'energica madre di Hank e Andy, che è comparsa a sorpresa in negozio a quell'ora per lei insolita. Invece di arrendersi subito al rapinatore, la donna reagisce e resta gravemente ferita mentre Bobby cade a terra morto. E poiché la polizia non sembra fare alcun progresso nelle indagini, Charles inizia a indagare su ciò che è successo fino a quando arriverà a scoprire una devastante verità. Con la madre morta, la famiglia va in pezzi e i terribili segreti che emergono metteranno i fratelli l'uno contro l'altro e il padre contro i suoi stessi figli.
Powered by phpBB © phpBB Group.
phpBB Mobile / SEO by Artodia.