Sezione dedicata ad argomenti extracalcistici. Area OFF-Topics Attenzione: quì non si parla di politica!
mer gen 30, 2008 1:22 pm
Weekend del 25/01/2008
Scusa ma ti chiamo amore Euro 4.629.000 1
American Gangster Euro 2.053.000 2
Io sono leggenda Euro 1.234.000 3
Alvin Superstar Euro 833.000 4
Into The Wild Euro 744.000 5
Non è mai troppo tardi Euro 732.000 6
Bianco e nero Euro 609.000 7
Aliens Vs Predator 2 Euro 486.000 8
L'allenatore nel pallone 2 Euro 457.000 9
Mr. Magorium Euro 402.000 10
mer gen 30, 2008 6:22 pm
Questo fine settimana, uscirà il thriller di Woody Allen.
Mi piacerebbe andare a vederlo, ma già so che le probabilità sono scarse...
ven feb 01, 2008 12:28 am
Il film io sono leggenda e troppo forte. da vedere assolutamente
ven feb 01, 2008 5:56 pm
lupo.ch l'ho visto e nn posso fare altro k quotarti.............. è davvero bello
sab feb 02, 2008 1:08 pm
Qualcuno ha visto "Sogni e Delitti" di Woody Allen questo fine settimana????
Attendo recensioni.
sab feb 02, 2008 3:24 pm
Colin Farrell e Ewan McGregor sono due fratelli di origine proletaria. Il primo fa il meccanico, ha il vizio del gioco e un'attrazione fatale per il whisky, il secondo aiuta il padre al ristorante e coltiva confuse ambizioni di riscatto sociale. Quando il ricco zio, trasferitosi in Cina per affari, va a trovarli, i due si precipitano a chiedergli un prestito per uscire dai rispettivi impasse: uno è infatti nei guai con i creditori per aver contratto un debito di gioco, mentre l'altro ha perso la testa per una sensuale, misteriosa e volubile attrice dilettante, con la quale sogna di trasferirsi a Los Angeles. Lo zio si rivela disponibile ad aiutarli, ma pone una condizione pesante come un macigno: sarebbero disponibili a uccidere un suo nemico in affari, le cui rivelazioni potrebbero costargli la galera? Terzo capitolo della trasferta londinese di Woody Allen dopo Match Point e Scoop, Sogni e delitti, presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia del 2007, non aggiunge né toglie un granché alla filmografia del cineasta newyorkese. Temi e suggestioni sono dalle parti di Match Point: ancora scellerati sogni di ascesa sociale, soglie morali di non ritorno, delitti e castighi. Il registro è nero, secco, senza concessioni né alla famigerata ironia del regista né al mélo passionale del primo film della trilogia londinese.
McGregor e Farrell, alla prima esperienza con Woody, si mettono efficacemente al servizio della mediocrità e del vuoto esistenziale dei personaggi, a loro agio nei grigi sobborghi di una città che lavora per vivere, lontano mille miglia dall'upper class cara ad Allen. Ma la buona prova del cast, così come le musiche di Philip Glass e la fotografia superlativa di Vilmos Zsigmond, non basta a riscattare il film da una manierata patina di già visto: Woody stenta a risultare incisivo sia sul piano della satira sociale che su quello del noir etico ed esistenziale. In attesa del prossimo film girato in quel di Barcellona, non resta che gustarsi questo gradevole ma evanescente esercizio di stile.
sab feb 02, 2008 3:25 pm
Riscoprire la propria vita dopo una tragedia che l'ha distrutta, è possibile? Le lettere di Gerry (Gerard Butler) scritte all'amata Holly (Hilary Swank) prima di morire e fatte recapitare periodicamente alla moglie disperata, nei mesi successivi, sono il migliore viatico verso una nuova esistenza. Ora non resta che aprire la porta di casa e osservare il mondo.
Le storie d'amore fra vita e morte, sono un classico del cinema. Possiamo citare Ghost, e Always di Steven Spielberg, per fare degli esempi. L'amore, infatti, quando viene interrotto bruscamente da eventi legati al fato (come la morte), crea in chi guarda dei moti d'animo violenti e un forte senso solidale nei confronti di chi soffre, in questo caso Holly, interpretata da Hilary Swank. La speranza dello spettatore è quella di vedere una lotta per la sopravvivenza, coinvolgente, con qualche tocco di ironia, in un perfetto equilibrio di dolce e amaro. Richard Lagravanese, autore de La leggenda del re pescatore e de I ponti di Madison County, di emozioni e di sentimenti se ne intende, e con PS I love you mette in scena una commedia romantica (con sufficienti elementi drammatrici) che colpisce al cuore. Nel bene e nel male. Hilary Swank, svolgendo comunque il suo mestiere, non riesce a rendere credibile la sua amicizia con Gina Gershon e Lisa Kudrow (entrambe ottime professioniste). Tale è, però, il coinvolgimento emotivo che questi aspetti possono passare in secondo piano, in un film dalla lacrima facile, che rende le parole scritte eterne (quale piacere è più grande del leggere delle vecchie lettere), nella sincerità più o meno reale di Hollywood, per cui tutto è spettacolo.
sab feb 02, 2008 3:26 pm
New York, una sera come tante altre. Un gruppo di amici organizza una festa a sorpresa, tutto sembra tranquillo, finché un boato fa tremare le pareti della casa in cui si svolge il party ed il cielo si illumina a causa di forti esplosioni. Non è un terremoto, né un attentato ma qualcosa di molto meno prevedibile… Colossale operazione di marketing o film incredibilmente innovativo? Per mesi, e per la prima volta, in un mondo nel quale le notizie e le indiscrezioni viaggiano alla velocità della luce, una fitta coltre di nebbia ha avvolto il progetto Cloverfield e già il fatto che ben poche informazioni siano trapelate dal fortino costruito da J.J. Abrams e da Matt Reeves (il vero regista del film, elemento di cui in molti tendono a dimenticarsi) è da considerarsi un mezzo miracolo. Altrettanto sorprendente è il fatto che, alla prova dei fatti, Cloverfield dimostri un tasso di innovazione sensibilmente superiore alla stragrande maggioranza dei concorrenti . È un "disaster-movie", certo, ovvero appartiene ad un genere vecchio come il cinema, ma nei suoi 74 minuti di durata offre sufficienti sorprese e idee per garantirsi un piccolo spazio nella storia della settima arte. L'idea di girare l'intero film con la camera a mano, che segue i protagonisti minuto per minuto alla scoperta della catastrofe che avviene sotto i loro occhi ma di cui essi stessi si rendono conto poco per volta, è davvero azzeccata. Una scelta così radicale è rischiosa, ma il senso di immedesimazione ottenuto è totale, con annessi vantaggi (l'effetto sorpresa è davvero tale) e svantaggi (le oscillazioni della camera rischiano a volte di dare il voltastomaco). Dopo un inizio alla camomilla, utile per introdurre i protagonisti, il ritmo cresce a velocità vertiginose: i realizzatori però giocano col pubblico, nascondono le carte, celano nell'oscurità i mostri e lasciano la porta aperta alla fantasia e all'immaginazione dei fans. Se non fosse un film infatti, Cloverfield sarebbe un perfetto episodio "pilota" per una serie televisiva di successo, caratterizzata, magari, da una sceneggiatura con moltissimi colpi di scena (ogni riferimento a Lost non è puramente casuale).
La presenza di un cast di nomi poco noti segue la linea di basso profilo scelta dal regista e l'identificazione in uno dei partecipanti alla festa che passa dalla gioia all'incubo ne trae giovamento. La messa in scena è asciutta ed essenziale e la brevità del film permette il quasi azzeramento dei tempi morti. In un momento nel quale agli incassi che arrivano copiosi spesso non corrispondono pellicole davvero meritevoli di ottenerli, Cloverfield dà una salutare scossa a un genere che da troppo tempo cristallizzato e schiavo degli effetti speciali: se a questo primo passo, altri ne seguiranno, solo il tempo darà risposta.
sab feb 02, 2008 3:27 pm
Berlino 1936. Sorowitsch è il re dei falsificatori ed è ebreo. La sua vita cambia quando viene portato a Mauthausen e da lì trasferito, per la sua competenza, in un campo privilegiato insieme ad altri tecnici della falsificazione. Dovranno produrre valuta pregiata falsa per sostenere le casse ormai vuote del Reich. Sorowitsch inizialmente non si pone problemi: ha trovato il modo di sopravvivere e di esercitare la propria 'arte'. Progressivamente uno dei suoi privilegiati compagni di prigionia lo pone dinanzi al dilemma: continuare a falsificare denaro favorendo il nazismo o boicottare l'operazione mettendo a repentaglio le proprie vite?
"Era un ebreo ma è morto da uomo" dice a un certo punto del film un nazista. In questa frase si racchiude parte del senso del film. Dinanzi ai nazisti che non li ritengono esseri umani gli ebrei possono scegliere tra la dignità e il servilismo. Il rapporto tra Sorowitsch e il comandante del campo Herzog offre spazio per la riflessione sul regime in caduta libera. Herzog, che è stato comunista, ora indossa una divisa nazista ma non ha più alcuna ideologia. Il suo obiettivo è analogo a quello delle sue vittime: salvarsi.
Grazie a questo film, ottimamente recitato dal protagonista Karl Markovics, è anche possibile sviluppare un'ulteriore riflessione sul cinema austriaco. Ogni anno la Berlinale offre film di produzione germanica che tornano ad affrontare il nodo del nazismo. Non è forse ora che il cinema tedesco e quello austriaco tornino a guardare avanti liberandosi di quello che sta ormai diventando un senso di colpa che le nuove generazioni non possono addossarsi per l'eternità. È come se il mondo del cinema sentisse di non aver ancora battuto sul proprio petto un mea culpa abbastanza convincente. Invece lo ha già fatto con film anche di ottimo valore cinematografico ed etico. Ora si corre il rischio della saturazione che può ottenere un esito uguale e opposto a quello della rimozione.
sab feb 02, 2008 3:28 pm
fuoritè ti ho messo la recensione... io nn vado a vedere quello xkè stavo aspettando CLOVERFIELD è un genere ke adoro...
dom feb 03, 2008 12:56 am
dove sarai... sarò ha scritto:fuoritè ti ho messo la recensione... io nn vado a vedere quello xkè stavo aspettando CLOVERFIELD è un genere ke adoro...
Grazie.
Sempre preciso e puntuale.
dom feb 03, 2008 10:00 pm
ho visto cloverfield..come storia è molto terra terra xò ha degli spunti interessanti...se sieme amanti del genere real tv nn perdetevelo... il film da qule punto di vista è stupendo..infattiè girato tutto con videocamera.
dom feb 03, 2008 11:54 pm
E invece io, neanche questo weekend sono riuscito ad andare al cinema.
Temo che quella tessera dal videonoleggio, diventerà l'unica possibilità per vedere film, almeno per un altro poco...
ven feb 08, 2008 4:33 pm
Pietro Paladini ha fatto una promessa. Ha promesso alla sua bambina di aspettarla davanti alla scuola fino alla fine delle lezioni. Lara, sua moglie, è morta improvvisamente l'estate scorsa e Pietro non sa decidersi a soffrire, non sa decidersi a ripartire. Seduto su una panchina, giorno dopo giorno riceve le visite e le rivelazioni dolorose dei colleghi, turbati da una fusione aziendale, e dei familiari, preoccupati per il suo stato di "arresto". Trasgredite le regole dell'efficienza e della produttività e abitato da una sorprendente calma, Pietro resta in attesa del dolore e della vita dopo il dolore.
Caos Calmo, tratto dal romanzo omonimo di Sandro Veronesi, non è un film "autosufficiente" perchè per afferrarlo è necessario affiancare alla visione una ricognizione della fonte letteraria. Eppure proprio in questa "dipendenza", in questa assenza di "autarchia" cara al Moretti in Super8, risiede il valore del film di Antonello Grimaldi. Troppe pagine di Veronesi non corrispondono esattamente al cinema, troppe cose che sono nominate non possono essere viste, perché tutto accade nella testa del personaggio, è Pietro Paladini a prevalere sull'intreccio e l'intreccio non esiste se non attraverso la sua costruzione.
Primo ostacolo per Grimaldi è stata l'esteriorizzazione dell'interiorità, che non ricorre mai o quasi mai alla soluzione più ovvia della voce fuori campo. Ecco allora che il paesaggio interiore di Paladini, impossibile da palesare, si costituisce indirettamente attraverso una scelta marcata e ricca di conseguenze sul piano narrativo: Nanni Moretti, la cui presenza attoriale raccorda il film di Grimaldi alle sue opere. Moretti ha costruito il suo cinema come un sistema di segni e di rinvii (le scarpe, un bicchiere d'acqua, un aforisma), che si configura come un linguaggio per iniziati, qualcosa che costantemente si implica e si richiama. Moretti si muove dentro un orizzonte di aspettative condivise da una parte del pubblico italiano, che si imbarazza per la "scena di sesso" con la Ferrari, già sconcertato da quella con la Morante (La stanza del figlio). Impegnati a dissertare sulla sua incompetenza copulatoria, ai detrattori è sfuggito il vistoso ripiegamento dell'ego morettiano, che non predica più e non ha più certezze ma che ha bisogno di fare ordine, di compiere, muovendosi da fermo, un percorso di conoscenza e di indagine razionale sulla insostenibile leggerezza del dolore.
L'inestricabile garbuglio interiore di Paladini/Moretti e il caotico pasticcio della varia umanità che si confessa sulla sua panchina trasformano il dolore in momento dialettico. Se nella Stanza del figlio la cognizione del dolore è asociale, in Caos Calmo è precipitato in uno spazio di socialità. Dove c'era nichilismo e chiusura adesso c'è apertura al possibile. E dopo gli abbracci è il tempo della differenza: Pietro Paladini potrà fare i conti fino in fondo col significato che ha il (non) dolore per lui. L'unica sequenza che non ha bisogno di essere integrata col romanzo è quella "occupata" da Roman Polanski. La sua entrata in scena è la semplice e geniale risposta di Grimaldi al silenzio della pagina scritta. Perché Polanski è immagine che parla.
ven feb 08, 2008 4:34 pm
La storia vera di Charlie Wilson, il deputato americano che negli anni '80 ha finanziato l'invio di armi ai mujahidin, per respingere l'invasione sovietica dell'Aghanistan. Amante di donne, alcol e cocaina, Wilson riuscì attraverso un'improbabile alleanza tra il Mossad israeliano, l'Egitto e il Pakistan a far avere alla resistenza afgana ciò di cui aveva più bisogno: armi e bazooka per abbattere gli elicotteri russi.
Mentre Redford si lancia contro la politica americana con un quasi-trattato (Leoni per agnelli), Nichols, con il supporto alla sceneggiatura di Aaron Sorkin, punta sulla farsa. Le due pellicole, in ogni caso, sembrano condividere un punto di vista, quello di mostrare una strategia estera americana trattata un po' a caso, per motivi interni e spesso con ignoranza. Hollywood mette dunque in luce gli aspetti più sconclusionati della politica, esibendo una sfiducia nelle istituzioni dal sapore di campagna elettorale, comunque efficace nel dissacrare quei monumenti intoccabili dell'autorità trattati spesso con reverenza (la CIA, il Congresso).
Il personaggio lo consentiva e Tom Hanks, seppur inadatto al ruolo del deputato dai facili costumi, si cala nella parte con intensità burlesca, anche grazie alla compagnia di Julia Roberts e dell'ottimo Philip Seymour Hofmann. La leggerezza che distingue La guerra di Charlie Wilson avrebbe potuto, tuttavia, esser ben più incisiva, perché Nichols rende sì grottesca la situazione ma senza graffiare veramente. Ne è la prova il fatto che la regia, pienamente a suo agio nelle situazioni comiche, è invece ridondante in quelle meramente politiche.
Nichols ha la preoccupazione che lo spettatore non capisca da solo certe evidenze, mentre pare curiosamente disinteressato ad altri aspetti della storia. Finisce infatti per smussare la carica satirica impantanandosi in un'elegia umanitaria un po' fuori tono, per poi trattare sbrigativamente il punto essenziale che quegli stessi mujahidin si sono ritorti contro l'America stessa. Il che dà l'impressione del compitino ben fatto, parodia cattivella ma non troppo, divertente e ben ritmata, che merita attenzione più per il film che avrebbe potuto essere, spingendo più a fondo la satira, che per quello che è.
ven feb 08, 2008 4:35 pm
Alaska, uno dei villaggi più a nord del mondo, dove ogni anno, per trenta giorni, il sole non si leva. Un gruppo di vampiri ne approfitterà per attaccare gli abitanti, decimandoli e costringendo i superstiti a una terribile lotta per la sopravvivenza, nel buio e nella neve.
30 giorni di buio si basa sull'avvincente idea di ambientarsi in un villaggio isolato nella notte, con un gioco di cromatismi sul bianco della neve e il rosso del sangue. Un'estetica reduce dalla commistione tra il fumetto da cui è tratto e i videoclip che il regista David Slade ha nel curriculum, permette uno svolgimento senza intoppi, almeno nella prima parte del film. I vampiri hanno un certo charme dovuto più che altro al look curiosamente metropolitano (non si capisce perché indossino cappotti e gessati scuri, ma il risultato non stona), e paiono una reinterpretazione malefica degli abitanti del villaggio. Sono invece questi ultimi ad essere particolarmente mal riusciti, imbambolati di fronte a una situazione che richiederebbe un po' di vigore, costretti a mozzare teste con le accette (al buio non si va troppo per il sottile cercando di colpire il cuore o amenità simili) e impegnati a trovare tutti i modi più idioti per mettersi nei pasticci: il che fa rimpiangere il divertente Feast (purtroppo mai uscito in Italia) parodia di serie B, esagerata ed efficace del genere survival. I dialoghi sono d'altronde di tale inutilità, da ottenere un singolare effetto di straniamento: lo spettatore ne sa sempre più dei personaggi e questi sembrano non credere molto alla storia che si raccontano, quasi coscienti del loro ruolo di finzione.
30 giorni di buio è uno di quegli horror che scorrono rapidamente senza lasciare troppe tracce, si lasciano guardare e anche dimenticare piuttosto in fretta.
ven feb 08, 2008 4:37 pm
Il giovane gallo Alafolix è innamorato della principessa greca Irina che però è stata promessa in sposa al figlio di Cesare, Bruto. Decisa a non unirsi in matrimonio con un buzzurro e colpita nel profondo dalle romantiche lettere d'amore del gallo, Irina propone di sposare colui che vincerà le Olimpiadi. La missione di Asterix e Obelix sarà quella di portare Alafolix sul podio e smascherare lo sleale Bruto, che giocherà sporco pur di ottenere la vittoria e la mano della principessa.
Frédéric Forestier e Thomas Langmann scelgono la puntata più "cinematografica" della serie a fumetti francese per trasformarla in un kolossal moderno, ricco di effetti speciali (alquanto ridondanti e irreali), che strizza l'occhio ai grandi colossi hollywoodiani. Non paghi dell'accoppiata da Oscar Depardieu/Delon, i due registi fanno ricorso a una serie di allusioni al cinema e all'attualità (sfruttando gli sportivi Michael Schumacher e l'inseparabile Jean Todt, Amélie Mauresmo, Tony Parker e Zinédine Zidane) per svecchiare il materiale originale con continui rimandi alla nostra epoca. Il Cesare di Delon è un generale vanesio che passa il tempo ad ammirarsi allo specchio e si fa chiamare JC, come se fosse un rapper in costume.
Nel ritrarre il dittatore romano l'attore sfodera una buona dose di autoironia quando, sulle note di Morricone, afferma la sua immortalità da «gattopardo che non deve niente né a Rocco, né ai suoi fratelli né al clan dei siciliani». Nella stessa maniera, anche l'Obelix di Depardieu si improvvisa Cyrano de Bergerac dettando parole d'amore al meno dotato in romanticismo Alafolix. Tuttavia, nonostante queste trovate offrano momenti di sano intrattenimento, la sceneggiatura si rivela sin troppo semplicistica e, dimentica di quella tagliente satira sociale che René Goscinny e Albert Uderzo erano riusciti a ricreare su carta, finisce per risultare prolissa e fine a se stessa. Un vero peccato perché da un film in cui compaiono due leggende del cinema internazionale ci si aspettava qualcosa in più.
ven feb 08, 2008 4:41 pm
dove sarai... sarò ha scritto:
Ecco, un altro film che vedrò... in DVD!!!
ven feb 08, 2008 4:43 pm
nn credo ke riuscirò a vederne qualkuno
devo solo scricarli ora ke salgo su atorino..fastweb docet
ven feb 08, 2008 4:44 pm
Weekend del 01/02/2008
Scusa ma ti chiamo amore
Euro 2.638.000 1
Sogni e delitti
Euro 1.729.000 2
Cloverfield
Euro 1.534.000 3
American Gangster
Euro 1.180.000 4
Into the Wild
Euro 836.000 5
P.S. I Love You - Non è mai troppo tardi per dirlo
Euro 567.000 6
Io sono leggenda
Euro 549.000 7
Alvin Superstar
Euro 543.000 8
Non è mai troppo tardi
Euro 462.000 9
Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie
Euro 260.000 10
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